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Il clima mite e le giornate più lunghe consentono di staccarsi un pò dalla routine quotidiana con vacanze brevi, ma intense, per aprire al meglio la stagione calda! Tante idee per un sicuro relax, per divertirsi ed assecondare le proprie passioni. Pronti a partire!
 
 

Un’oasi verde tra rose, storia e leggenda. Una collezione con oltre 1500 varietà di rose, angoli verdi segreti, un giardino bioenergetico, il brolo dove trovare le più strane ed antiche varietà di piante da frutto ed un piccolo orto dei semplici. Questo e tanto altro è ciò che si può ammirare in oltre 10.000 metri quadrati di giardino botanico a Castello Quistini, antica dimora del 1500 unica nel suo genere, situata tra le splendide colline della Franciacorta, a due passi dal centro storico di Rovato. Fino al 1 Agosto tutte le Domeniche e festivi aprono al pubblico i giardini del castello ed alcune tra le sue meravigliose sale antiche. Un’oasi verde per tutti gli appassionati di botanica o per chi semplicemente desidera passare una domenica all’aria aperta assaporando i profumi della meravigliosa collezione di rose antiche, moderne ed inglesi con le più particolari e strane varietà. Le domeniche di Maggio, il mese delle rose, in particolare, da non perdere le regine dei fiori tra cui l’occasione per l’unica fioritura dell’anno delle bellissime rose cinesi; durante i mesi di giugno e luglio, invece, si può godere della fioritura delle molte varietà di ortensie, delle rose inglesi e delle antiche. A conclusione della visita, ci si può concedere un momento di relax all’interno di uno dei primi giardini bioenergetici mai realizzati in Italia, alla ricerca di un benessere psico-fisico a cui troppo spesso rinunciamo a causa della frenesia moderna. Novità di quest’anno è la presenza di nuovi percorsi e giardini accompagnati dalla fioritura di oltre 3000 bulbi di tulipani e da una collezione di carex, splendidi cespugli verdi o variegati molto utilizzati nella realizzazione dei giardini all’estero. Tra i giardini si possono inoltre trovare simpatiche sculture d’arredo di animali che accompagnano nel percorso.

Il tempo è scandito dalle buone conversazioni bagnate da un bicchiere di vino e ritmate dal rumore delle onde e del vento. Tellaro, ultimo lembo ligure di Levante, “un nirvana tra mare e cielo, tra le rocce e la montagna verde dalle case lunghissime, altissime, strettissime”: così lo dipingeva Mario Soldati, lo scrittore torinese che elesse a dimora questo borgo, tra i più belli d’Italia, nel comune di Lerici. Continuava Soldati: “Così diverse nei colori, così separate, così individuali, sono stipate l’una contro l’altra, saldamente unite e certamente insieme, quasi a ricordare qualche formazione naturale: l’immagine perfetta di una società che fu opera di secolari depositi e filtraggi, fondata in eguale misura mediante un riuscito compromesso sulla forza civile dell’associazione e sul rispetto dell’individuo”. Il significato di Tellaro, nell’accezione originaria etrusca o paleoligure, è quello di “confine del villaggio”. Infatti, si affaccia direttamente sul mare, con le case a strapiombo sugli scogli. A pochi minuti da Tellaro, le spesse mura esterne del castello di Lerici, a forma pentagonale, costruito nel 1152, furono contese per secoli tra Pisani e Genovesi. Oggi è sede del Museo geopaleontologico: custodisce impronte di dinosauro risalenti a 220 milioni di anni fa. All’interno l’antichissima cappella in stile gotico – ligure di Sant’Anastasia (1250). La cittadina stessa fu un avamposto difensivo costiero. Chiamata a proteggere dai pirati il prezioso olio ligure, la linfa del Mediterraneo, prodotto nel paese di Barbazzano. Si narra che il pirata Gallo d’Arenzano, giunto da Biserta in piena notte con sei galere sfruttando la fitta nebbia che avvolgeva il golfo, stesse per avventarsi sul villaggio quando la vedetta del paese – tale Marco Arzellino – dette l’allarme salvando gli abitanti. Ma i Tellaresi amano raccontarla in un altro modo. A suonare la campana della chiesa di S. Giorgio sarebbe stato un grosso polpo, al quale, in segno di gratitudine, la municipalità ha dedicato una lapide proprio sul campanile. Dalla leggenda derivano le ricette imperniate su questo mollusco. Il piatto tipico è il polpo “alla tellarese”, ossia lessato con patate e condito con olio di Tellaro, olive snocciolate e un trito di aglio e prezzemolo, sale, pepe e succo di limone. Un’altra versione è il polpo “all’inferno”, cioè stufato con foglie di alloro, maggiorana, peperoncino, pomodoro e una spruzzata di vino bianco. Tipica di qui è anche la focaccia dolce, con uvetta, pinoli e canditi, più morbida della nota focaccia genovese. Tellaro è un angolo di mondo che sembra fatto apposta per proteggere dai rumori del mondo. È qui che Attilio Bertolucci, uno dei più grandi poeti italiani contemporanei, veniva a cercare quiete, nelle mezze stagioni. D. H. Lawrence era affascinato dalle donne che lavoravano negli uliveti, dalle loro voci sonanti sulle colline: “Quando vado a Tellaro a prendere la posta, mi aspetto sempre di incontrare Gesù  che conversa coi discepoli come se andasse lungo il mare sotto i grigi alberi luminosi”. Consiglio di viaggio di Soldati: “Girate per questi carruggi che sbucano in mare e poi sedetevi in un angolo tra i sassi della riva”. Questo si deve fare: lasciarsi prendere dall’atmosfera. Salire all’antico (1660) Oratorio di S. Maria in Selàa e guardare il Mediterraneo.

A Pieve Santo Stefano (Arezzo) sono custodite le memorie d’Italia. Seimila testi: diari ed autobiografie di gente comune altrimenti destinati all’oblio che ricostruiscono la nostra storia. Dal 1984 il paese quasi al confine tra Toscana, Umbria e Romagna, ha innalzato ai quattro punti cardinali del suo perimetro, sulle strade che vi accedono, un cartello giallo sotto quello della toponomastica ufficiale: “Città del diario”. Ospita, infatti, nella sede del municipio, un Archivio pubblico, che raccoglie scritti di gente comune in cui si riflette, in varie forme, la vita di tutti e la storia d’Italia: sono diari, epistolari, memorie autobiografiche. Il piccolo borgo di questa Pieve dell’Appennino tosco emiliano aveva avuto distrutto dalla guerra quasi tutto l’abitato: tra i pochi edifici rimasti in piedi, il palazzo comunale, a forma di L come un libro aperto sul leggio, con gli stemmi delle casate alle pareti. Da non perdere sabato 8 e domenica 9 maggio la Sagra del Prugnolo, fungo tipicamente primaverile (un tempo veniva chiamato Tricholoma georgii, proprio in riferimento alla sua comparsa esattamente intorno al giorno di S. Giorgio, cioè il 23 Aprile). Cresce in luoghi erbosi, ai margini e nelle radure dei boschi purché siano soleggiati e luminosi. Merita senza dubbio un posto d’onore fra le specie commestibili. Inconfondibile con il suo pronunciato odore di farina fresca, bellissimo da vedere, sapore eccellente: tre caratteristiche non sempre facili da trovare in un fungo, quindi non rimane che assaggiarlo e sicuramente non si rimane delusi! Non si può non partecipare alla “Prugnolata”, la passeggiata ecologica in mountain-bike nei dintorni di Pieve.


 
 
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