Carnevale in Italia: sfilate, balli in piazza, maschere tradizionali e fantastiche

Sicuramente prima tappa del nostro viaggio è Venezia: tra concerti, spettacoli e cortei, il Carnevale affolla campi e campielli di maschere e turisti di tutto il mondo. E’ il più conosciuto per il fascino che esercita ed il mistero che continua a possedere anche adesso che sono trascorsi più di novecento anni dal primo documento che fa riferimento a questa famosissima festa (nel 1094, sotto il dogato di Vitale Falier, vengono citati i divertimenti pubblici nei giorni che precedevano la Quaresima). Tra le calli della meravigliosa città, per una decina di giorni, si svolge una continua rappresentazione di teatrale allegria e giocosità, tutti in maschera a celebrare il fascino di un mondo fatto di balli, scherzi, galà esclusivi e romantici incontri.

Mescolando tradizioni medioevali e napoleoniche il Carnevale di Ivrea (Torino) raggiunge il suo clou nella caratteristica battaglia delle arance, che si svolge per le strade della città, insieme alla sagra del fagiolo. È una manifestazione unica al mondo che ogni anno porta nelle vie e nelle piazze della città eporediese storia, tradizione, spettacolo, emozioni e grandi ideali. Un evento in cui storia e leggenda si intrecciano per dar vita ad uno spettacolo imperdibile, in cui i protagonisti assoluti sono la Vezzosa Mugnaia, eroina della festa, il Generale con il suo Stato Maggiore, il Sostituto Gran Cancelliere, il Podestà, il corteo con le bandiere dei rioni rappresentati dagli Abbà, insieme a Pifferi e Tamburi. Ma come è nata la tradizione della Battaglia delle Arance, momento di grande coinvolgimento e forte emozione? Si narra che due volte all’anno il feudatario donasse una pignatta di fagioli alle famiglie povere e queste, per disprezzo, gettassero i fagioli per le strade. Gli stessi legumi erano anche utilizzati in tempo di Carnevale, come scherzosi proiettili da lanciare addosso ad improvvisati avversari. Intorno agli anni Trenta e Sessanta del secolo scorso, insieme a coriandoli, confetti, lupini e fiori, le ragazze lanciavano dai balconi, mirando le carrozze del corteo carnevalesco, qualche arancia. I destinatari erano giovincelli dai quali le stesse ragazze volevano essere notate. Dalle carrozze si iniziò a rispondere scherzosamente a tono e, poco a poco, il gesto di omaggio si trasformò prima in duello, quindi in un vero e proprio testa a testa tra lanciatori dai balconi e lanciatori di strada.

Per le strade del paese di Schignano (Como), ai confini con la Svizzera, da non perdere è la sfilata dei “bei” e dei “brut”, dei  “belli” e dei “brutti”, simboli, rispettivamente dell’umanità ricca, vanitosa e vuota e di quella povera, semplice, dedita quotidianamente al lavoro. I primi o “mascarun” hanno una pancia molto rigonfia, segno evidente di benessere, ed indossano abiti sgargianti, impreziositi da collane, pizzi ed ogni genere di inutile chincaglieria. Alla cintola hanno appesi dei piccoli campanelli. Sopra la bella e preziosa maschera di legno (opera degli artigiani locali), portano un cappello sfarzoso, ricco di fiori, piume e qualche bambolina. I “brutti”, invece, hanno un corpo deformato (l’imbottitura è realizzata con paglia e foglie) ed indossano laceri vestiti da lavoro, pelli di pecora e sacchi di iuta. Alla cintola hanno appesi grossi campanacci e sulle spalle portano una gerla ricolma di ogni genere di cose vecchie e sporche. Alcuni di loro hanno anche una scopa (per spazzar via la sfortuna), una valigia (simbolo dell’emigrazione di un tempo) e un fiasco di vino (per consolarsi). Sopra la loro maschera di legno, dal profilo irregolare, portano cappellacci e corna di bue. La sfilata viene aperta dalla “fugheta” (la banda musicale) e da due alti “sapör” (i boscaioli, gli “zappatori”, che aprivano la strada agli eserciti napoleonici), dal corpo ricoperto di pelli di pecora, il volto fuligginoso, lunghi baffi ed un ascia di legno in spalla. Giunti sulla piazza, uno dei “brutti” viene scelto per essere messo al rogo. Il rituale vuole, però, che questi riesca a fuggire. Dopo la caccia per le vie del paese, viene nuovamente catturato e sostituito con un fantoccio (detto “carlisepp”), dato alle fiamme.

Ha il sapore della tradizione e del folklore il Carnevale alpino. In alcune valli del Trentino si celebrano riti antichi che riportano al presente le abitudini popolari: in Val di Fiemme, il sabato grasso, si festeggia il “Carnevale dei Matòci”, buffi personaggi che indossano abiti vivaci, abbelliti con fiocchi e coccarde dai colori sgargianti e con il volto coperto da tradizionali maschere in legno; in Val di Fassa il Carnevale è una festa dall’identità ladina. Niente maschere né costumi, ma solo un grande pino per il Carnevale di Grauno, in Val di Cembra. Il martedì grasso l’albero, spogliato dai rami, viene trascinato nella piazza del paesino dove si narrano i vizi e le virtù degli abitanti. A sera l’albero, ricoperto di paglia, viene trasportato al “Doss del Carneval” e piantato su una fossa profonda sette metri (la stessa tutti gli anni); infine l’ultimo sposo dell’anno dà fuoco al tronco, creando un gigantesco falò visibile da tutta la valle. Dal modo in cui le faville si alzano nel cielo si traggono auspici per i raccolti dell’anno. A Madonna di Campiglio trionfa il Carnevale Asburgico: rivivono i tempi in cui l’Imperatore Francesco Giuseppe e la consorte Sissi trascorrevano le vacanze ai piedi del Brenta. La regale coppia con dame di compagnia e guardie ussare si diverte sulle piste da sci e sul laghetto ghiacciato, la sera si balla sulle note dei valzer viennesi nel sontuoso Salone Hofer.

A Verrès, in Valle d’Aosta, invece, si mette in scena un Carnevale storico nella fortezza che domina il paese, con uno stuolo di nobili d’epoca, che fanno da seguito alla castellana “democratica” Caterina di Challant (si narra che un giorno scese a ballare in piazza con i sudditi da cui l’appellativo di democratica) ed al marito Pierre d’Introd. Diverso è il Carnevale della Valle del Gran San Bernardo (detta la Comba Frèida per gli spifferi gelidi che la percorrono), dove gruppi multicolori interpretano, invadendo letteralmente i paesi, la simpatica messa in scena del Carnevale. Si distinguono maschere colorate vestite con palandrane di foggia sette – ottocentesca (le landzette) e personaggi travestiti da diavolo o da orso, caricature di coppie di anziani.

A Moneglia (Genova) si celebra ogni anno il Carnevale della zucca, una manifestazione che rinnova il ricordo di una simpatica tradizione popolare. Il tutto si rifà ad una disputa sorta in tempi ormai lontani tra due contadini locali ai quali, proprio sul confine tra i loro due poderi era germogliata una pianta di zucca. Di chi erano le zucche? Di Ponente per diritto di nascita o di Levante per diritto di crescita? E’ su quanto durò e come andò a finire la contesa, che la fantasia popolare si sbizzarrì dando adito alle varie versioni popolari.

A Grado, l’isola nel cuore dell’omonima laguna in Friuli Venezia Giulia, il giovedì grasso vi è la tradizione del “Manso ‘nfiocào” (manzo infioccato) che percorre di corsa le vie della città per la gioia di grandi e piccini.

Splendidi corsi mascherati caratterizzano il Carnevale di Cento (Ferrara) che culmina con il processo pubblico al Tasi, il re del Carnevale: lui si difende con un testamento in cui critica fatti e personaggi dell’attualità. La storia narra che Tasi (al secolo Luigi Tasini, che tiene al guinzaglio una volpe bianca), dovendo scegliere fra la moglie ed un buon bicchiere di vino all’osteria, scelse quest’ultimo. Prima di morire recita un velenoso “testamento” in cui mette alla berlina vizi (e virtù) dei personaggi centesi e non.

Il Carnevale di Fano (Pesaro) che risale al 1347 deve la sua origine, secondo la leggenda, all’episodio della riconciliazione tra le due più importanti famiglie fanesi di allora: i Del Cassero ed i Da’ Carignano. Ogni anno quintali di caramelle e cioccolatini piovono dai carri allegorici durante le sfilate. Caratteristico è il pupo, detto “vulon”. Si tratta di una maschera che rappresenta, sotto forma di caricatura, i personaggi più in vista della città e che, insieme alla “Musica Arabita” (spiritosa banda musicale che utilizza strumenti di uso comune quali barattoli di latta, caffettiere, brocche per produrre un’allegra musica, in perfetta sintonia con il clima allegro e spensierato della festa), vanta una lunga tradizione nella storia del Carnevale fanese.

Viareggio (Lucca) offre uno dei Carnevali più famosi, con le sfilate dei giganteschi carri allegorici dove campeggiano maxi caricature di cartapesta dei personaggi della politica e dello spettacolo. I grandi carri di cartapesta sono fulcro ed appeal della manifestazione viareggina che propone un grande spettacolo di cui i palcoscenici viaggianti costituiti dai grandi carri sono solo uno degli ingredienti, insieme alla musica dei gruppi folcloristici provenienti da tutto il mondo, alle luci, ai colori ed alla folla. Il 2001 ha segnato una data memorabile della storia del Carnevale di Viareggio con l’inaugurazione della Cittadella del Carnevale, un complesso polifunzionale di grande pregio architettonico che ospita i moderni laboratori per la costruzione dei carri della scuola della cartapesta.

I carri del più famoso Carnevale d’Abruzzo si possono ammirare a Francavilla al Mare. La manifestazione è contraddistinta dalla battaglia per contendersi il Guinness dei primati per la realizzazione della più lunga “cicirchiata”, uno dei più famosi dolci della tradizione abruzzese del periodo carnevalesco.

A Ronciglione (Viterbo), paese situato ai piedi dei Monti Cimini, c’è una sorta di palio tra i carri quartieri con cavalli berberi in corsa senza fantino e cortei con re, dame, cavalieri ed ussari a far la scorta d’onore. Vi sono, infatti, documenti che testimoniano la tradizione del Carnevale da oltre un secolo. La sonora voce del campanone percosso da un ardito “campanaro”, arrampicatosi fin sulla torre del Comune, e la cavalcata degli Ussari segnano l’avvio ufficiale dei festeggiamenti. Il Re di Carnevale, scortato da cavalieri in costume, si insedia nella città prendendo in consegna dal sindaco le chiavi, per assicurare a tutti cinque giorni di baldorie e di follia. Ha quindi inizio la Corsa a vuoto, detta anticamente la Carriera. E’ la corsa dei Berberi, celebre in passato anche a Roma: cavalli non sellati, lanciati al galoppo senza fantino per un percorso di circa un chilometro attraverso le vie cittadine. Tra le maschere si aggirano i Nasi Rossi, una confraternita di buontemponi fedeli seguaci di Bacco. Al termine, il Re di Carnevale, condannato a morte, viene dato alle fiamme.

Sant’Eraclio di Foligno (Perugia) organizza uno dei più importanti dell’Umbria. La manifestazione nasce nel 1542 ad opera dei frati Olivetani di Mormonzone, convento abbandonato nei pressi del paese, come festa di popolo goduta per le strade in contrapposizione ai “festini” dei nobili che si divertivano nei saloni chiusi dei palazzi aristocratici.

A Tufara (Campobasso) il giorno di Martedì Grasso si ripete ogni anno la “Mascherata del Diavolo”, un evento di origine medievale che richiama antichi riti a scopo propiziatorio. Un corteo composto da tre monaci, il diavolo e due messaggeri con le falci che simboleggiano la morte attraversano ogni angolo del paese. Il diavolo è interamente ricoperto di pelli caprine nere, indossa un’orribile maschera con le corna e batte ripetutamente sulle pietre dei vicoli e delle case il suo tridente di ferro. A tarda sera il corteo si riunisce sotto le mura del castello dove ha luogo il “processo” al Carnevale rappresentato da un fantoccio, che, dopo la sentenza, viene scaraventato dalle mura della fortezza al segnale di due colpi di fucile. Il diavolo, non soddisfatto della punizione, raccoglie il fantoccio e, a sua volta, lo scaraventa dalla parte più alta della rupe dove sorge il paese.

Il Carnevale di Tricarico (Matera) viene festeggiato in maniera tanto insolita quanto assolutamente tradizionale. In occasione della festa, gruppi di ragazzi e adulti si vestono secondo un antico rituale Ogni gruppo si traveste rappresentando un Massaro, alcune Vacche ornate di nastri colorati e qualche Toro rigorosamente mascherato in nero. Il gruppo così composto inizia a sfilare per le vie del paese suonando fragorosamente campanacci di varie dimensioni. Tutto il rituale vuole rappresentare la Transumanza che dalle pianure del mare, in primavera, vedeva trasformare i tratturi di Tricarico in una infinita fila di bovini. Il resto della giornata trascorre in festa aspettando la sera, quando avviene la classica bruciatura del pupazzo di Carnevale.

Numerose le tradizioni campane legate al Carnevale. Capua si colloca nell’ampia mappa delle capitali della comicità popolaresca e dell’allegria. I festeggiamenti iniziano ufficialmente con la consegna delle chiavi della città dalle mani del Sindaco a quelle di Re Carnevale, il quale, dopo aver recitato il suo proclama al popolo, si sofferma a sottolineare, con ironia pungente, tutte le malefatte dei pubblici amministratori. A Pontelandolfo (Benevento), nei giorni di Carnevale si svolge il gioco della “Ruzzola del Formaggio”, costumanza di antichissime origini che consiste nel lanciare forme di formaggio di varia pezzatura lungo un percorso prestabilito da squadre contrapposte. A Montemarano (Napoli), Pulcinella è il protagonista dello spettacolo di “Zeza”, una scenetta carnevalesca cantata al suono del trombone, che rappresenta la storia delle nozze di Don Nicola, studente calabrese, e di Tolla (o Vicenzella), contrastate dal padre della donna, Pulcinella, che teme di essere disonorato ed è inconsapevolmente geloso, e sostenute da sua moglie, Zeza, che è di ben altro avviso e vuole far divertire la figlia “co mmilorde, signure o co l’abbate”; Pulcinella sorprende gli innamorati e reagisce violentemente, ma è punito e piegato da Don Nicola ed alla fine si rassegna. A Terzigno (Napoli), invece, il Carnevale è l’occasione per assistere alla danza del laccio d’amore, che si compone di  vari balli, i quali  rappresentano  la  vicenda  amorosa  dal primo incontro al matrimonio. Il ballo  di  entrata   descrive  l’incontro  tra  i  ragazzi e  le fanciulle a cui segue  la tradizionale  danza  in  coppia  che mima il corteggiamento, manifestato con sorrisi ed ammiccamenti, con ripetute ed  insistenti  “avances” dell’uomo e piccoli svolazzi di gonne delle donne. Il ballo in  cerchio, consistente  essenzialmente in un passamano, simboleggia il rifiuto della corte della ragazza. Dopo, lo spasimante, fattosi coraggio con  un  fiasco  di  buon  vino, porta la serenata alla  sua  amata  che  finalmente  accetta  il  corteggiamento ed  è la volta di  una  polka  per festeggiare il fidanzamento. Infine,  il  ballo   del  laccio, con    l’intreccio  dei  nastri  policromi  sulla sommità del  palo, rappresenta  il matrimonio. Nella “Divina Costa” suggestivo è il tradizionale appuntamento con il Carnevale di Maiori (Salerno), con sfilate di carri allegorici e spettacoli musicali per trascorrere un momento di festa in pieno relax e di grande svago per grandi e piccini e per far conoscere le immense bellezze naturali, gastronomiche e tradizioni storiche della costiera amalfitana. Un’iniziativa per trascorrere in modo nuovo e divertente per il Carnevale viene organizzata a Lustra (Salerno), nella frazione Rocca Cilento: “Carnevale nel Cilento …con delitto – Delitto e passione” non è la solita festa in maschera, ma è un’esperienza che farà dei partecipanti investigatori o investigati senza scrupoli. Una festa all’insegna del giallo, ambientato alla fine degli anni Venti con musica e cena pernottando in un antico, misterioso ed affascinante convento.

Carri allegorici e Farinella, sorta di Arlecchino pugliese, dominano il Carnevale di Putignano (Bari). L’evento è il più lungo del Mondo, in quanto finisce il martedì grasso come tutti gli altri carnevali, ma comincia addirittura il 26 dicembre con la pluricentenaria tradizione della Propaggine (i tralci della vite). La maschera tipica è Farinella, che ricorda un jolly, con l’abito a toppe multicolori e con sonagli applicati sulle tre punte del cappello, sulle scarpe ed alla collarina. Originariamente la maschera indossava un abito bianco e verde, che erano i colori della città ed era rappresentato nell’atto di mettere pace tra un cane ed un gatto che simboleggiavano i cittadini di Putignano. Il nome deriva dalla farinella, un antico cibo della civiltà contadina, uno sfarinato di ceci ed orzo abbrustoliti particolarmente gustoso che si usa mescolare a sughi ed intingoli, consumare con i fichi appena raccolti oppure come farina per alcuni particolari tipi di dolce.

In Calabria,  molto noto è il Carnevale di Castrovillari, che si contraddistingue per allegria, burla collettiva ed anche per la pregevole manifattura dei carri allegorici. Musica e divertimento dominano la città, al ritmo del tamburello, che invoca savuzizza (la salsiccia – uno dei più tipici insaccati della zona) e vino per festeggiare il “re burlone”.

L’antico Carnevale di Acireale (Catania) è ritenuto il più bello della Sicilia in quanto, oltre ai  carri allegorico – grotteschi realizzati tradizionalmente in cartapesta, vi sono anche quelli infiorati, con l’utilizzo di decine e diecine di migliaia di fiori per comporre i soggetti, anch’essi animati ed illuminati.

In Sardegna, ad Oristano, l’ultimo giorno di Carnevale è dedicato alla Sartiglia, nella quale convivono elementi di tradizione e cultura tramandati da centinaia d’anni. Non è una semplice celebrazione dei riti carnascialeschi né la mera riproduzione di una giostra equestre medioevale. È una festa dai mille simboli, festa della magia, della prosperità e della miseria, del dolore e della speranza. Durante la Sartiglia i cavalieri, vestiti con costumi tradizionali antichi e con il volto coperto da una maschera di legno, devono riuscire ad infilzare con la lancia le stelle sospese in alto.

 
Testi: Stefania Maffeo

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