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Itinerario nell’antico Salento
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Viaggio tra le ricchezze archeologiche del Salento, una terra conosciuta principalmente per le sue ambite località turistiche
 
 

Questa penisola, bagnata da Ionio e Adriatico, prende il nome dagli antichi abitanti, i Sallentini. In origine era abitata anche dai Calabri e da quelle genti dette “messapiche” dai Greci, i quali li ritenevano di origine greca. In realtà tutte le genti della Puglia antica preromana discendevano da stirpi illiriche arrivate in Italia già prima del 1000 a.C.

I molti centri che ancora oggi sono abitati, molti di origine messapica, trasformatisi poi sotto l’influenza greca o per le fondazioni romane, in centri importanti come Taranto, Brindisi, Gallipoli, Lecce, Otranto ecc…

La prima fu un grande centro di cultura greca, famosa per le sue lotte contro le città messapiche, e oggi centro di un grande museo archeologico.

Brindisi invece era un abitato che prendeva nome dalla forma del suo porto, “a testa di cervo” che in messapico si diceva “Brentesion”, da qui il nome latino di Brundisium. Grande porto proteso verso l’oriente, di tradizioni greche, Brindisi era la tappa finale di due grandi strade romane, come mostra una colonna miliare: la via Appia e la via Traiana.

Ma il Salento meridionale è una terra ancora incontaminata in certi punti e sempre piena di meraviglie archeologiche e naturalistiche. Un esempio sono le scogliere che si alternano a spiagge di fine sabbia, immense distese di piccole dune miste a pinete e macchia mediterranea, come nel caso delle spiagge a sud di Gallipoli.

Era questo un insediamento dei Messapi, il cui centro storico è oggi sulla terraferma, unito grazie a un ponte, ma anticamente era un’isolotto che ospitava la città. Divenne presto un centro di cultura ellenistica (Gallipoli infatti deriva da kalè polis che in greco significa “bella città”). Oggi si possono vedere: la Fontana greca, ritenuta d’epoca ellenistica ma in realtà d’età rinascimentale, che narra tre episodi mitologici tutti legati a tristi vicende amorose di donne; il castello, costruito nel XIII secolo, sul litorale orientale dell’isolotto prospiciente la terraferma, è un imponente fortilizio quadrangolare. Sempre nel centro storico è presente un antiquarium coi reperti rinvenuti nella zona.

Scendendo verso sud inizia un litorale costellato di torri d’avvistamento, edificate nel medioevo e nel rinascimento.

Torre San Giovanni era l’antico porto della potente Ugento messapica (Ozan, in latino Auxentum) ed è riconoscibile dal mare per il suo fare bianco e nero a scacchi, realizzato dai resti di una torre del XVI secolo.

Questo lembo di costa, che giunge fino a Marina di Ugento-Torre Mozza, doveva essere il punto in cui sbarcò un contingente punico di Annibale che reclutò soldati messapi contro i Romani, come conferma il rinvenimento di tombe puniche.

I recenti ritrovamenti archeologici mostrano che Ugento aveva un imponente circuito murario e, appartenendo alla dodecapoli messapica, doveva essere uno dei centri più importanti prima dell’arrivo dei Romani. A cuasa della chiusura del museo archeologico è possibile visitare, la collezione archeologica “Adolfo Colosso”, con reperti tra VI sec. a.C. ed età medievale.

Lungo la provinciale che conduce a Casarano si trova una cripta visitabile con affreschi e tombe medievali.

Il mare limpido è l’elemento che accompagna le bellezze naturalistiche di questa terra come nel caso della Grotta Zinzulusa, una profonda cavità, abitata in tempi remoti, e così chiamata per la presenza delle stalattiti (in dialetto zinzuli che significa “stracci”): la grande cavità interna è detta “Duomo” o “cripta” e il piccolo bacino che segue presenta l’inquietante nome di “Cocito” (stesso nome di uno dei 5 fiumi del Regno dell’Ade per i Greci).

In direzione sud il visitatore si può spingere a quello che gli antichi chiamavano Finis Terrae o “confine della terra”, oggi Santa Maria di Leuca, arroccata sullo sperone roccioso che ospita il santuario di Santa Maria di Finis Terrae che, secondo la leggenda, divenne luogo di culto dopo l’arrivo di San Pietro a discapito di un precedente tempio di Minerva. E la toponomastica riporta l’attenzione sempre a Minerva, dea guerriera, che diede il suo nome a Castrum Minervae, oggi nei pressi di Minervino.

Questi luoghi sono intrisi di antichità e lo si evince anche dalla visita a Otranto, meravigliosa città liminare dell’Italia, luogo più orientale della nazione, in direzione dell’Albania. Anticamente abitata da genti indigene e da mercanti greci, deve il suo nome alla voce Hydruntum, forse collegato all’acqua del torrente Hydrus.

Il castello e la cattedrale sono le vestigia più vivaci di un passato turbolento in seguito alle lotte tra cristiani e islamici per il controllo della Puglia: tra luglio e agosto del 1480 una flotta turca attaccò la città che ressistette due settimane ma capitolò sotto i colpi degli invasori. I superstiti trovarono rifugio nella cattedrale ma per poco perché i turchi li decapitarono dopo aver ricevuto il rifiuto di convertirsi all’Islam. Quegli ottocento martiri sono ancora i protettori della città che, dopo un anno di assedi, venne liberata dagli invasori grazie agli uomini inviati da Ferdinando I d’Aragona.

Le reliquie dei martiri sono conservate ancora oggi nella Cattedrale, luogo funestato dall’invasione e trasformato in stalla per l’occasione. Ma queste vicende tragiche non hanno eliminato la traccia indelebile del maestoso mosaico che ricopre tutto il pavimento dell’edificio: in esso sono narrate storie di combattimenti, di episodi biblici veterotestamentari e di dei ed eroi pagani, come Alessandro Magno, Diana, per le saghe bretoni Re Artù, compaiono simboli esoterici come l’albero della vita, i segni dello zodiaco e pure demoni infernali. Alcuni animali fantastici ricordano i mostri dell’immaginario medievale e antico: il balisco, il centauro, la sirena, il liocorno, un mostro anguipede tipico dell’iconografia gnostica. Opera di Pantaleone, monaco basiliano del XII secolo, è un vero enigma interpretativo che unisce sacro e profano, antico e medievale in un’unica visione.

I paesaggi dell’entroterra salentino sono una meraviglia dell’agraria mediterranea: lunghissimi muretti di pietre a secco delimitano campi riarsi e distese di ulivi secolari. Le specchie, tipiche costruzioni del Salento che ricordano lontanamente le tholoi micenee, i nuraghe sardi o i trulli di Alberobello, campeggiano qua e le distese selvagge. Ancora non è chiara la loro funzione, e solo in alcune sono stati trovati antichi corredi funebri. Potevano altresì fungere da torri di vedetta.

Ultima tappa di questo itinerario è il capoluogo di provincia: Lecce. Città antichissima, già nota in età messapica, con l’insediamento di Rudiae, divenne la Lupiae romana. I resti di questa potente civiltà si scorgono nella piazza di S. Oronzo nella quale si vedono parte dell’anfiteatro augusteo e la colonna che oggi porta sulla sua sommità la statua del santo patrono. Non lontano ci sono le gradinate e l’orchestra del teatro.

Il museo Castromediano ospita una eccezionale collezione archeologica. Ma Lecce non è solo antichità classica, è anche medioevo e barocco. Perla di questo stile seicentesco, rappresenta un troncone a parte della corrente barocca detta “leccese”, ridondante nelle forme artistiche e nelle architetture.

Molto apprezzata anche per la bella vita serale, Lecce è un ottimo connubio tra arte, antichità e moderna ricerca poiché ospita una sede del Centro Nazionale Ricerche.



Stefano Todisco

 
 
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